Di chi è la colpa?

Ma è colpa mia o è colpa sua? Anzi, colpa mia o colpa loro, colpa del mondo intero? Quante volte mi sento porre questa domanda da donne, ma anche da uomini, che si sentono falliti nell’ ambito delle relazioni. Sono la faccia opposta della medaglia di chi con tono esasperato ed arrabbiato dice di voler chiudere ogni rapporto con chiunque, perché deluso e amareggiato da comportamenti che lo feriscono sempre. Delusione, rabbia, dolore, frustrazione, senso di colpa e perdita di valore (sensazione di non valere nulla o di non sapere bene chi si è), senso di impotenza e di non poter in alcun modo uscire da un copione che sempre si ripete e che spesso si conclude con la frattura, la sensazione di essere sempre abbandonati, non accettati, non amati a sufficienza, di non essere abbastanza per il mondo o di vivere circondati da persone che non vogliono vedere, ascoltare, capire, tendere la mano. La saggezza popolare dice che la verità sta nel mezzo, che i rapporti si costruiscono insieme e se si incrinano ognuno ha le sue colpe. Ma non basta questo a placare l’ onda di emozioni legate al senso di fallimento di una relazione per noi significativa. A seconda di come siamo fatti, reagiremo con rabbia o disperazione, cercheremo di riparare o spariremo e ci negheremo all’altro e alle sue domande. Perdoneremo, o non lo faremo. Le nostre relazioni dicono indubbiamente molto di noi, dei nostri bisogni, della nostra facilità o difficoltà a stare in intimità.  In tutto questo troviamo delle colpe? O solo dei modi di essere? La colpa ci pone subito nella posizione di svantaggio di chi ha torto, di chi falla, di chi ha bisogni sbagliati. La ragione ci pone forse nel vantaggio di sentirci superiori, ma lascia sempre uno squilibrio nel rapporto. Torto o ragione, vincitore e vinto. Se non si supera questa visione, difficilmente riusciremo a trovare un modo costruttivo di viverci nelle relazioni, perché saremo sempre da una parte o dall’ altra e ci sentiremo sempre attori con gli stessi ruoli. Imbrigliati, ingabbiati. Cosa sbaglio? Cosa sbagliano gli altri? Forse dovremmo prima di tutto chiederci di cosa abbiamo realmente bisogno, di quali passi ci servano per soddisfare le nostre mancanze (perché riconoscersi un bisogno non significa necessariamente poi essere capaci di metterlo sul tavolo, accettando la risposta anche negativa alla nostra richiesta), cosa siamo disposti a “perdere” e cosa a dare, in cosa potremmo modificarci per non sentirci poi così irrimediabilmente sbagliati o falliti o arrabbiati col mondo che non ci vuole. Stare e accettare anche il bisogno dell’ altro, chiederci cosa ci frena dal soddisfarlo e modificarci, se sentiamo di desiderarlo. Non per colpa, ma, a volte, per amore.

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