Violenza domestica e manipolazione affettiva

Di nuovo, in questi giorni, il tam tam dei commenti a una vicenda di (presunta) violenza domestica. Non entro nel merito del “è vero, non è vero, è pubblicità” perché non è questo che mi interessa. Vorrei focalizzare l’attenzione su due tipi di pensiero che sempre sento riproporsi quando si parla di una donna che subisce violenza domestica. Il primo di questi pensieri è “perché non se ne va?” e a questo sempre segue l’altro “le va bene così, è masochista”. Il secondo è il pensiero che i media passano ogni volta che di fronte a un femminicidio titolano “tragedia della gelosia, uomo reso cieco dalla gelosia” e simili.

Le donne che subiscono violenza non sono tutte masochiste che vengono da storie familiari travagliate, e non tutti gli uomini che picchiano sono sadici che hanno subito violenze. Questa è una visione ristretta della situazione, una visione che non tiene conto dell’incastro che ha permesso a quelle due persone di scegliersi e di (credere di) amarsi per sempre. Qualunque donna può trovarsi nella posizione della vittima di violenze, un uomo che alza le mani non diventa in automatico qualcosa che definisce i problemi psicologici della donna che tenta di ripararsi il volto per non portarsi troppi segni sul lavoro la mattina seguente. Un uomo violento (o una donna violenta, perché è giusto ricordare che esistono anche uomini maltrattati, e questo è un fenomeno in aumento negli ultimi anni) è un uomo violento, che agisce ciò che non riesce più a dire attraverso le parole. E’ spesso un uomo che prima di alzare le mani ha usato parole che le donne vittime di manipolazione affettiva descrivono come peggio delle sberle; parole denigratorie, umilianti, manipolatorie. La donna che subisce violenze fisiche e non denuncia non è una donna che accetta questo stato di cose perché le va bene così. Spesso è una donna che proviene da anni di manipolazione, che ha subito un attacco così duro alla sua autostima e alla sua capacità di pensare autonomamente che quando arriva la prima sberla non sa davvero più cosa sia giusto e cosa no. Messaggi con doppia valenza, “ti amo ma mi fai schifo”, che si insinuano nella mente della donna, confondendola al punto di perdersi completamente. E’ questo che di solito le impedisce di andarsene, è il non sapere più cosa sia giusto e cosa no. E’ essere un oggetto nelle mani di un’altra persona e non potersene liberare più. Le donne che subiscono violenze psicologiche e fisiche appaiono sempre tirate tra due estremi “lo amo-lo odio” e non è facile per niente spezzare un legame che, con la manipolazione, è stato costruito negli anni. Anche isolando la donna dalle sue relazioni amicali e familiari.

Tanti uomini sono gelosi, non tutti diventano assassini. Tante donne sono gelose, non tutte diventano assassine. Spesso prima dell’omicidio ci sono inseguimenti, invasioni nella vita privata dell’ex compagno/a, stalking, molestie morali. Spesso per anni. E’ su questo che dovrebbero porre, a mio parere, l’accento i media. Perché la follia omicida, come il raptus che porterebbe un uomo a ridurre una donna un cumulo di lividi e ossa rotte, spesso non sono figli di un attimo di non lucidità, ma di mille segni e segnali precedenti.

Le vittime faticano a vedere, faticano a comprendere, ad accettare, a prendere decisioni per la propria incolumità. Si trovano perse e spiazzate. E’ necessario prevenire, aiutare il prima possibile queste persone. Che non sono masochiste e non sono neanche persone che si divertono a stuzzicare la gelosia dell’ex compagno/a. Sono persone, come lo siamo tutti, che si sono incastrate con altre persone. Persone che purtroppo non sanno amare senza togliere la libertà all’altro e che non sopportano di perderlo o di vederlo differenziarsi da loro.

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