Terapia di coppia per amanti

Sento di dover svelare subito che a me i libri di De Silva, tendenzialmente, piacciono molto per quella capacità di descrivere stati d’animo e tormenti umani con profondità e leggerezza al tempo stesso. Quest’ultimo romanzo conferma la mia idea: i personaggi si leggono molto bene, possiamo immaginarli mentre si muovono nel loro mondo, possiamo anche immedesimarci.

Fa sorridere l’idea di una terapia di coppia per amanti? Scandalizza? Da professionista, questo mi apre a riflessioni di vario genere. La prima, di pancia, è stata questa: “il cliente ha sempre ragione”. Porta una relazione, una sofferenza, un bisogno che sono suoi e chiede di essere accolto per questo e in questo. La terapia di coppia è una delle esperienze lavorative di maggior complessità nella quale mi sia cimentata, e mai come in tali percorsi è difficilissimo aver un’idea precisa di come andranno a finire. E ho visto coppie che, dal punto di vista della dinamica relazionale, di coppia avevano ben poco (volendo analizzarle sul piano della “razionalità” e del “come dovrebbere essere una coppia” oltre che del “in terapia ci si va per tornare a star bene insieme”). Eppure le ho accolte, abbiamo lavorato, abbiamo cercato e trovato insieme senso e definizioni. Da questo punto di vista, la terapia del libro, va nella direzione “corretta”: quella di un reciproco svelarsi per poi comprendersi e conoscersi su un piano diverso da quello della sola dinamica relazionale già nota. Un uscire dai ruoli, che talvolta ci ingabbiano e spesso ci cuciamo addosso senza neppure accorgercene, per incontrarsi, come diceva Rogers, “da persona a persona”. In questo, direi che due amanti non hanno nulla più e nulla meno di un marito e di una moglie.

Ogni volta che leggo un libro o guardo un film in cui compare uno psicoterapeuta mi si aprono riflessioni su come la persone potrebbero prendere quella descrizione, su che impatto possa avere nell’immaginario collettivo quell’intervento, su come potrei io stessa  esser vista dai miei clienti. Poi immagino i colleghi che si arrabbiano sui social, come è stato per il trailer del film di Zalone in cui si vedeva questo psicanalista che chiedeva, in nero, una cifra altissima per non fare poi nulla di che a conti fatti. Ecco, il terapeuta di De Silva è estremamente umano. La sua vita privata è così “sbagliata” che gli sfugge di mano durante un colloquio, e si ritrova ad essere investito dai consigli (non richiesti ma alla fin della fiera neanche poi rigettati) di un suo cliente. E’ un terapeuta che sbaglia, e si interroga sui suoi errori.  Almeno su alcuni, dal momento che infrange il codice deontologico e di questo sembra non preoccuparsi più di tanto. Tolto l’aspetto di etica professionale, rispetto al quale riesco ad essere leggera solo nella misura in cui lo leggo come necessario per la trama del romanzo ma che rientra tra le pochissime cose sulle quali non posso e non voglio fare ironia, io mi sono divertita in questa descrizione, e mi sono ricordata della prima frase pronunciata in terapia dal mio terapeuta: “La terapia finirà quando tu capirai di aver davanti un essere umano, come te”. Ecco allora che se la terapia è ricerca di senso e percorso affrontanto insieme, gli errori possono accadere. Lo insegna benissimo Yalom nei suoi libri. Il punto è cosa se ne facciano terapeuta e cliente, di quello scivolone. Perchè, come poi accade nella vita, se gli troviamo un senso, cessa di essere solo un errore e diventa un elemento di crescita.

Insomma, De Silva io lo assolvo sempre, perché in fin dei conti, ci descrive proprio come siamo. Tutti, nessuno escluso.

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