Quando c'era Marnie: la delicatezza delle storie per bambini

Confesso di essere innamorata dei cartoni dello Studio Ghibli. Trovo in ogni storia tutta quella magia, quella filosofia di vita, quello sguardo sulla vita e sui suoi demoni, che tanto mi affascina. Come non esistesse mai il bene assoluto, ma solo una forza vitale che a seconda di come e da chi viene toccata diventa protettrice o perseguitatrice. C’è una natura che parla, un’incrollabile fiducia nella possibilità di realizzare i propri sogni, un’ostinata ricerca della serenità che sempre giunge dopo prove e fatiche.

Scrivere di “Quando c’era Marnie” senza spoilerare è praticamente impossibile, perché verrebbe voglia di parlare di alcune tematiche che svelerebbero però troppo del film. Allora mi affido alla musica che si ascolta sui titoli di coda, a queste parole che raccontano di una solitudine profonda e isolo un aspetto del cartone che non svela moltissimo della trama.

La solitudine che viene guarita solo dall’incontro con una solitudine altra, altrettando profonda. Ad un certo punto non si capisce più se sia Anna ad aiutare e proteggere Marnie o viceversa. Anzi, si scambiano proprio i ruoli. Entrambe considerano l’altra più fortunata ma soprattutto entrambe vedono nell’altra risorse e possibilità che dal di dentro non vengono percepite. La potenza dell’incontro, quello con la I maiuscola, che ci restituisce pezzi di noi stessi che sono lì da sempre ma che noi non riusciamo a cogliere. Possiamo affidarci allo sguardo altro solo se lo riconosciamo simile al nostro, e se non ci sentiamo minacciati, o giudicati. Ed è dentro a quegli occhi che riusciamo a muovere passi nuovi.

La paura dell’abbondono, l’odio verso se stessi. Sentirsi diversi e rifiutati. La possibilità del perdono che può esser concesso solo nel momento in cui i segreti vengono svelati e spiegati.

Non ci sono mostri e demoni in questo lavoro, ma c’è tutta la magia del reale e dell’ immaginario. Quello spazio aperto a metà tra terra e cielo che può disturbare chi si lascia guidare troppo e solo dalla ragione, ma che può rapire chi cessa di porsi domande e si lascia trasportare nella casa (abbandonata?) raggiungibile solo quando la marea cala (o in barca).

E allora, l’augurio di questa sera di fine agosto, è che ogni Anna incontri la sua Marnie (ed ogni Marnie la sua Anna). E soprattutto, che questo incontro guidi entrambe alla scoperta di qualcosa in più su se stesse.

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