L'avversario: il male e la menzogna

Durante un convegno sulle figure del male, ci è stato consigliato il libro “L’avversario”, di Emmanuel Carrère. Il romanzo-saggio basato sulla storia vera di Jean-Claude Romand. Non avevo memoria di questa vicenda, non sapevo di quest’uomo che, dopo aver mentito per vent’anni a tutti, ha sterminato la sua famiglia. Al di là delle considerazioni sulla psicopatologia e sul male che sembra sempre contemporaneamente lontano dalle nostre vite e così terribilmente vicino da farci dubitare della nostra stessa capacità di compiere il bene, a colpire è anche il tema della menzogna. Mentire per anni, a chiunque. Spendere ogni energia per sostenere una bugia, per rendere credibile il ruolo che si interpreta. Col rischio perenne e costante che una semplice telefonata possa mandare tutto all’aria. Mi risuona il tema del bluff, della maschera; il terrore di essere smascherati e visti per quello che siamo realmente. Quell’ io che spesso sentiamo essere fasullo, non aderente alla realtà interna; quell’io che cerchiamo di modellare per compiacere gli altri, e noi stessi. Quell’io che, come emerge bene dal romanzo, necessita di essere conosciuto e contattato, per aprirci al mondo impedire alla violenza di prendere il sopravvento sul dialogo. Il male dunque, come male agito e come male interiore. Come dolore indicibile che, proprio perché non definibile e non condivisibile, si tramuta in atto violento. La menzogna come unica strategia di difesa, la bugia che si fa verità ma mai realtà e che porta chiunque entri poi a conttato con l’accaduto a dubitare di ogni gesto, ogni parola, ogni racconto del protagonista. Al punto che neppure Romand è più in grado di stabilire cosa sia vero e cosa no. Carrère non riesce a scrivere il romanzo identificandosi con uno dei personaggi della storia. Non esiste la possibilità di parlare in prima persona in una storia in cui si parla di chi non sembra esser mai stato in contatto con se stesso. Di chi sviene nei momenti di maggior tensione, di chi interpreta il ruolo dell’assassino sulla via della redenzione. Non esiste un Io, mi viene da dire, laddove la violenza annulla la vita e la menzogna cancella le persone. La storia di Romand è così forte ed estrema da lasciarci senza fiato, o da portarci a giudicare ferocemente chi tanto male ha compiuto. Eppure, senza andare così lontano, sento che qualcosa davvero appartiene a molti di noi, se non a tutti: il mentire per apparire migliori non solo allo sguardo altrui ma anche al nostro stesso osservatore interno; il desiderio di non sentirci messi a nudi all’improvviso; il terrore di scoprire che stiamo vivendo una vita altra da quella che avremmo desiderato e, forse, meritato. Risuona forte anche la paura di incontrare chi mente senza saper di mentire; chi inganna forse senza la volontà di ferire; di trovarci in balia del male. E forse fa poca differenza pensare di rischiare di esser sopraffatti dal proprio stesso male o da quello compiuto da altri. Resta un forte senso di impotenza, un rifiuto netto di qualcosa che, comunque, sappiamo essere comune a tutti noi: la necessità in alcuni frangenti della nostra esistenza di nasconderci, velarci, prendere le distanze da noi stessi  e sentirci altro.

Penso a ogni volta che lavoro nella mia stanza di terapia alla ricerca di una maggior consapevolezza ed accettazione di sé. Penso a chi vive, ogni giorno, a compartimenti stagni, senza connessioni tra pensieri, azioni ed emozioni; penso a chi non riesce a definirsi e a trovare un filo condutture che indichi il proprio Sè dentro ogni aspetto della propria vita.

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