La crudezza delle favole

Il “Racconto dei racconti” di Matteo Garrone, tratto dai racconti di Basile, non è un film di Walt Disney. Mentre lo guardavo e mi lasciavo trasportare in questo mondo fantastico sentivo quanto forte e cruda possa essere la potenza del simbolico sul nostro sentire. Perché la sensazione non è stata quella di trovarmi di fronte a un drago marino, o ad un orco, mantenendo un distacco totale dalla realtà: mano a mano che i mostri ed i personaggi si susseguivano sullo schermo mi arrivava la loro valenza simbolica, il loro rappresentare l’ uomo, nei suoi limiti, nelle sue piccolezze e crudeltà.  In effetti è stato Walt Disney a farci credere che le favole siano prive di elementi terribili, ma se andiamo a leggerle scopriamo che la strega è davvero orrenda e suscita terrore, che i bambini vengono uccisi e che quello che accade alla pancia del lupo di Cappuccetto Rosso farebbe inorridire anche chi non aderisce alla Lega Antivivisezione. Perché nel fantastico, come nel mito, l’ uomo viene rappresentato anche per i suoi lati orribili, e senza sconti. Ci sono mamme che mandano avanti le scene dei cartoni in cui muore la mamma di Bambi, e viene sempre da rassicurarle, perché il simbolico ed il cartone permettono al bambino di iniziare a farsi un’ idea del mondo recependo quello che è grado di cogliere e facendo domande alle quali gli adulti dovrebbero saper rispondere (spesso sono quesiti così profondamente esistenziali da lasciare senza parole, e forse l’ impossibilità di spiegare tutto è la risposta più onesta che possiamo fornire). Ad ogni modo, senza entrare nella storia del film, mi sono chiesta quale morale trarne (ci sono vari temi, dalla maternità al doppio, al male, alla lussuria), ma più che una morale mi sono trovata a riflettere sulla violenza deĺ desiderio. Parlo spesso di questa società come di un luogo in cui si è persa la capacità di desiderare, di coltivare la mancanza e lavotare per raggiungere uno scopo che davvero consideriamo nutriente e fondamentale per noi. Nel film a perdere sono i desideri che definisco violenti in quanto incuranti del contesto, incapaci di stare nella frustrazione, capaci di violare appunto la realtà,  la natura, la vita stessa. E chi porta con sé questo desiderio, che è più un bisogno egoistico di onnipotente affermazione di sé,  ne esce sconfitto. I cattivi diventano coloro i quali restano accecati e trasportati lontano dal senso della vita e di sé per un’affermazione che si rivela poi effimera, dolorosa. Perdente.

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