Cosa lasciamo di noi?

Youth l’ho visto dopo una giornata in studio. Anzi, dopo una  settimana di colloqui, gruppi ed incontri avvenuti dentro e fuori il setting. Nel momento in cui sono solita cercare di fissare le impressioni, le riflessioni, i momenti salienti. Questi giorni sono stati all’insegna delle grandi domande sulla vita, sull’amore, sulla morte. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Che senso abbiamo? Cosa proviamo? Cosa desideriamo? Perché non riusciamo a vivere nel qui  ed ora? Ci basta l’oggi o abbiamo immancabilmente bisogno anche di un domani, di un permanente che si scontra sempre col finito che ci circonda e che siamo? Mentre lascio che queste domande scorrano in me, mentre penso ai miei clienti e alle loro storie e rifletto sulla sacralità di un incontro che apre davvero scorci su dimensioni così profondamente umane ed esistenziali da far sentire in un solo attimo tutta la nostra grandezza e tutta la nostra finitezza, entro al cinema. E per tutto il film continuo a provare momenti di profonda commozione, che non è il pianto dell’immedesimazione con qualcosa di triste, ma è una partecipazione  emotiva che  si attiva senza controllo alcuno, sollecitata da musiche intense ed immagini perfette. Le parole sono poche, in realtà. Forse non sono l’aspetto più importante del film, nonostante molte frasi siano rimaste impresse nella mia memoria. In effetti Sorrentino pone  anche la questione  del silenzio, del non detto ma agito, condiviso. Dell’esserci con le mani, il sentire, il fare, senza per forza il canale verbale, che pare capace di rovinare tutto. Ma che poi, a guardar bene, non rovina nulla, perché alcuni passaggi sono a mio avviso indimenticabili proprio per l’uso accuratissimo della nostra lingua. I piani del film sono tanti e lasciato lo schermo restano impressioni, non tutte chiare e definite; resta lo stupore di aver assistito a una  così grande bellezza ed armonia, anche in presenza dell’orrore, e di non aver poi in fondo compreso tutto fino in fondo. “ Non so cosa sia, ma è bello, e mi rende partecipe”. Qualcosa che ho sentito dire da parte di chi il film l’aveva visto prima di me. E forse il tema che io, anche sulla scorta delle riflessioni di cui scrivevo all’inizio, mi sono trovata a percepire con maggiore forza è: che cosa lasciamo di noi? Per cosa verremo ricordati? Per le nostre leggerezze, per le mancanze, per i gesti compiuti con una precisa finalità o per quelli che ci sono in qualche modo sfuggiti di mano? Cosa comprendono gli altri della nostra vita, del nostro essere? Quanta verità c’è in ogni incontro con l’Altro e, soprattutto, la Verità  passa dal racconto e della condivisione di ogni  gesto o da un sentire che va oltre e non può neppure essere afferrato? A questo pensavo, uscita dal cinema. Al nostro bisogno di essere ricordati, tenuti dall’altro anche oltre il nostro stesso tempo. Alla lotta contro i ricordi che si sbiadiscono nel tempo. Alla necessità di raccontare qualcosa di nostro anche se probabilmente tutto il mondo già lo sa. Cosa lasciamo a chi rimane? Cosa teniamo di chi se ne va?  E mentre arrivavo a casa sentivo che non esiste risposta a queste domande, né a quelle esistenziali, ma esistono intuizioni, illuminazioni, sensazioni. Esiste un film che in qualche modo illumina su tutto questo, ma non potrebbe diventare il manuale della buona vita. Esistono domande che angosciano e alle quali non troviamo risposte solo con la ragione, ma possiamo accedere a una parzialità di senso grazie al nostro sentire. La musica, il silenzio, le immagini, le arrampicate, la bellezza, sono forse strumenti per avvicinarsi a quel senso che spesso sentiamo sfuggire dalle nostre logiche, ma che ricerchiamo costantemente.

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